Idiomi, viaggi, strumenti musicali
di Stefano Scodanibbio
Nel corso di quasi 25 anni dedicati all’interpretazione della letteratura contrabbassistica contemporanea ho avuto periodi vuoti, che ho speso abitando l’altro demone della musica, la composizione. Non un atto quotidiano, un lavoro, un métier. Piuttosto, come in Debord, la scrittura come cosa rara, estremo distillato di variegate esperienze. Porzioni di tempo trascorse, spesso in terre lontane, a scrivere musica liberamente, senza costrizioni o affanni, scadenze, commissioni, tendenze festivaliere, imposizioni di organici, estetica, durata, ecc.
I pezzi di questo disco sono stati scritti così, con carta e matita e schönberghiana gomma, sempre con uno strumento (generalmente ad arco) appresso, e senza la preoccupazione, anche materiale, di dover emergere come compositore, avendo appunto l’altro mestiere come possibilità di sostentamento. Questo passaggio continuo dallo strumento alla carta, dalla casacca all’abito, questo intrecciarsi di costumi è stato non solo una prassi ma anche l’elemento decisivo della mia musica.
Una bio-grafia sentita come unica forma d’esistenza e di creazione. La convinzione, con Novalis, di vivere in un colossale romanzo.
Mi sorreggevano la scuola strumentale barocca italiana (oh, les beaux jours…quando tutti erano naturalmente compositori ed esecutori), l’arte dell’improvvisazione in alcune delle sue variegate forme (dalla musica indiana alla stockhauseniana musica intuitiva), le esperienze con gli autori che avevo eseguito e studiato e con cui avevo modo di collaborare (quanti insegnamenti da Gigi, Giacinto, Fernando, Salvo, Iannis, Julio, Franco, Sylvano, Brian, Helmut, Terry, Vinko, Karlheinz, Luciano…), le letture più disparate e disperate (che si riflettono anche nelle suggestioni di alcuni titoli: Dos abismos da “Rapsodia para el mulo” di Lezama Lima, Only connect da Arbasino (benché venga da Forster è divenuto una sorta di slogan o Leitmotiv in “Fratelli d’Italia”), Delle più alte torri da Rimbaud (“Chanson de la plus haute tour”), Quando le montagne si colorano di rosa e My new address da Vittorio Reta (“Visas”, naturalmente, l’espressione poetica più autentica della mia generazione).
Da un lato un rapporto estremamente fisico e manuale, dall’altro lo sconfinamento fantasioso in territori inesplorati. Perché è solo il nuovo a dare senso all’opera(re). La ricerca del nuovo è, per me, la condizione del fare. Con il rischio, l’azzardo e il caso che ogni abbandono di terre note comporta. Spregiudicato e avventuroso tutto si svolge molto liberamente e anche un po’ libertinamente: tabelline e tabulature, simmetrie e proporzioni auree, senza irrigidimenti conservatoriali e tentativi forzati di far quadrare ciò che è nato fuori dalla quadratura.
Così, con gli anni, alcuni punti si sono venuti delineando: il primato dell’invenzione sulla tecnica (che c’è e ci deve essere, ma senza apparire), il rigetto delle formule e delle forme predeterminate, il non aver paura di liberare la tremenda forza dionisiaca che solo la musica possiede (molti compositori, si sa, hanno paura della musica), l’esibizione di uno strumento per quello che è senza nasconderlo dietro un leggio, ogni singolo pezzo sentito come assolutamente necessario… in sintesi la musica come capacità di immaginare altri mondi possibili senza appoggiarsi a modelli presi a prestito da altre discipline, alla tecnologia di una stagione, ai dettami accademici, al musically correct. Piuttosto guardarsi attorno, viaggiare, frequentare musei, assorbire, interiorizzare, non smettere mai di sperimentare. Come in un quadro di Rousseau: idiomi, viaggi, strumenti musicali.
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